mercoledì 10 febbraio 2010

De libertate

Cos'è, nel profondo, la libertà? Come nascono i regimi, come si annullano le volontà, cosa si nasconde dietro alle limitazioni? Molto spesso, la vulgata popolare e una certa storiografia di parte hanno proposto risposte quanto meno limitate a questi quesiti: la libertà è l'espressione della altrui volontà, i regimi nascono quando delle squadracce ti vengono a prendere sotto casa e ti impongono dell'olio per digerire. Ma non è così. Questa è una fotografia distorta di una società oramai corrosa da un totalitarismo, di una civiltà che ha già piegato la schiena al volere altrui. Un mondo in cui la fiaccola si è spenta anche e soprattutto perché non si è stati in grado di tenerne vivo il fuoco.
La mia domanda era diversa. I regimi nascono infatti quando i primi limiti vengono posti al pensiero e alla parola delle persone comuni, quando una verità viene messa a tacere per un proprio tornaconto personale, quando un fatto viene tenuto nascosto. E non serve andare molto lontano per trovarne le cause recondite. Molto spesso l'ideologia - nella sua nobiltà - non c'entra nulla con questa storia.
E' triste dirlo, ma spesso per uccidere la libertà basta la minaccia di eliminare un bene economico, l'esibizione di una faccia torva, l'esibizione di un potere becero perché basato esclusivamente su se stesso. E non consola il falso convincimento che questi strumenti meschini possano mettere a tacere soltanto voci flebili, perché non è così. Vaclav Havel, autore di Charta '77, ama ripetere che la libertà in Cecoslovacchia è arrivata quando i fornai si sono lamentati della qualità del grano statale.
In una città di liberi, della verità non si ha paura. In un mondo di liberali, i fatti (per quanto vergognosi) non vengono nascosti sotto una coltre composta da benefici commerciali e amicizia raffazzonata. Nel mondo che sognano i liberi, ognuno ha piena facoltà di parlare, così come ha il diritto di rispondere.
Nella mia carriera, ho conosciuto i regimi. E posso testimoniare di persona che la brutalità, gli arresti e le torture sono soltanto l'ultimo stadio, molto spesso un segno di cancrena, che appare sui volti di quei governi che il grande, originale Tocqueville avrebbe aborrito.
Si inizia con la minaccia velata e il biscottino. E fa tristezza vedere che questi, troppo spesso, bastano per barattare i propri valori.

lunedì 8 febbraio 2010

L'Anno della Tigre e i nostri lavoratori

Il Consiglio di Stato sul suo sito web ha ordinato ai governi locali di definire le dispute salariali che riguardino lavoratori migranti, prima delle vacanze del Nuovo Anno Lunare, che cade il 14 febbraio. Nella comunicazione, che porta la data del 5 febbraio, è indicato di pagare tutti i salari arretrati dei migranti che lavorano per i progetti pubblici e persino degli operai nell’edilizia privata, se necessario.

Per il capodanno cinese decine di milioni di migranti tornano a casa, spesso unica loro vacanza. Si prevedono 210 milioni di passeggeri sulle ferrovie nei prossimi 40 giorni. Tutti chiedono ai datori di lavoro di saldare gli stipendi arretrati, per portare i soldi a casa, e sorgono litigi anche accesi. Sul sito web si ricorda che “di recente in alcune zone ci sono stati incidenti di massa per i salari dei lavoratori migranti, specie nel settore edile”. Sono sollecitate speciali misure di sicurezza per impedire proteste ed è annunciata la punizione dei funzionari “responsabili”.

La Cina teme le proteste di massa, che possono evolvere in veri disordini di piazza: secondo dati ufficiali nel 2008 ci sono state oltre 87mila proteste per ragioni economiche. Già altre volte il governo è intervenuto per saldare i salari non pagati e prevenire la protesta. Il 3 febbraio a Zhengzhou, capitale nell’Henan, un datore di lavoro ha accoltellato a morte due operai che protestavano per la diminuzione del salario mensile di circa 100 yuan (circa 9 euro). A gennaio un altro operaio, nell’Hebei, è stato pure accoltellato e ha perso un rene perché protestava per ottenere 70 yuan della sua paga.

Esperti osservano che il boom economico cinese è in buona parte fondato sullo sfruttamento dei lavoratori migranti, pagati poco e male, senza assistenza sanitaria né pensione né altri diritti fondamentali. Anche per questo molti migranti parlano ora di cercare un nuovo lavoro vicino casa e non tornare alla ricche città costiere dove devono lottare persino per ricevere il salario.

venerdì 5 febbraio 2010

La diplomazia dello zoo

Si è trasformata in una festa nazionale che unisce Cina e Stati Uniti il ritorno “a casa”, nella provincia del Sichuan, di due panda nati e cresciuti negli zoo americani. Dopo settimane di tensioni e battute al vetriolo intorno a internet, diritti umani, tasso di cambio dello yuan, Dalai Lama e vendita di armi a Taiwan, la “diplomazia del panda” resta uno dei canali di dialogo e collaborazione più stretti e radicati fra le due superpotenze mondiali. Questa mattina Thai Shan, un maschio di 4 anni e mezzo, e Mei Lan, femmina di 3 anni, nati in cattività negli zoo di Washington e Atlanta, hanno lasciato quella che è stata la loro dimora per tornare nella terra dei loro avi. I due esemplari verranno accolti nel centro specializzato di Chengdu, capitale della provincia sud-occidentale del Sichuan, e inseriti nel programma di riproduzione avviato dalle autorità per la conservazione della specie, in serio pericolo di estinzione. La partenza dei due panda si è trasformata in un evento negli Usa. Negli ultimi giorni gli zoo sono stati presi d’assalto dai cittadini, che hanno voluto salutare per l’ultima volta i due esemplari. L’agenzia ufficiale cinese Xinhua riferisce le parole di Kelly Davis, bambina di 10 anni del Distretto di Columbia. “Spero solo che si trovino bene in Cina – racconta – e che siano capaci di costruire una famiglia”.

Ma che cazzate....

giovedì 4 febbraio 2010

Ma è Rajapaksa....

O Eddie Murphy?


No, il Nobel a Internet no!

Chiariamoci subito: l'idea di dare il Premio Nobel per la pace, e la campagna relativa lanciata da Wired, ha una sua dignità. Ma considerando i competitor di quest'anno, ritengo totalmente inutile dare il Premio a quello che, in fin dei conti, è un semplice strumento. È vero, veicola idee e aiuta i dissidenti: ma veicola anche cazzate immani e propaganda di ogni, orribile tipo. A questo punto avrebbe più dignità dare il Nobel al giubbotto anti-proiettile: in fin dei conti, ha salvato innumerevoli vite.
Io sostengo invece il Nobel al dissidente cinese Liu Xiaobo, che ha preparato e firmato Charta ‘08. Insieme a me, tante autorevoli figure come il Dalai Lama, Desmond Tutu, Vaclav Havel e Ha Jin. Più avanti ne parleremo meglio: lo hanno condannato a 11 anni di galera, tempo ne abbiamo.

mercoledì 3 febbraio 2010

Riformisti, eroi

Piccola premessa: questo post non riguarda la Cina. Trattasi invece di una lettera aperta, che i dissidenti iraniani hanno chiesto di far girare il più possibile. E laggiù, ragazzi, non scherzano mica. Quindi la si ospita con estremo piacere, anche se è lunghetta. La traduzione è opera mia, ma in inglese e in farsi la si trova sul web.


Questa lettera rappresenta una richiesta, da presentare ai diplomatici iraniani sparsi per il mondo, e una forte protesta contro le enormi violazioni ai diritti umani che avvengono nel Paese. Il governo di Teheran, che detiene il secondo posto nella triste classifica mondiale delle esecuzioni, ha deciso di comminare la pena di morte anche per crimini non capitali. La Campagna internazionale per i diritti dell’uomo ritiene che oramai l’accusa di essere un mohareb, un “nemico di Dio”, venga usata soltanto per intimidire dissidenti, manifestanti e oppositori. Nel momento in cui il Paese si prepara a celebrare il 31esimo anniversario della Rivoluzione islamica contro lo Scià, che cade l’11 febbraio, questa protesta internazionale diviene ancora più urgente. Infatti, una preoccupazione molto diffusa ritiene che avverranno nuove esecuzioni nei prossimi giorni: un monito alla popolazione, che non deve manifestarsi, riunirsi o tanto meno esprimere il proprio desiderio di diritti umani e civili.
A partire dalla contestata rielezione di Mahmoud Ahmadinejad, avvenuta nel giugno del 2009, i dissidenti sono stati condannati a morte senza poter accedere a un giusto processo e senza il sostegno di avvocati imparziali. Se si guarda ai fatti, queste esecuzioni sono semplicemente omicidi. Il sistema giudiziario iraniano fa quello che vuole delle regole; cambia le leggi e adatta le accuse di conseguenza. Queste accuse, persino quelle ufficiali, violano i diritti umani di base e la Dichiarazione universale dei diritti umani, di cui l’Iran è uno dei firmatari. Per essere specifici, questo modo di fare viola gli articoli 10, 18, 19 e 20. Ora la paura è che possano tornare le esecuzioni di massa.
Per molti, dentro e fuori l’Iran, è ancora fresco il ricordo delle esecuzioni di massa avvenute alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso. Migliaia di persone, all’epoca, vennero uccise con accuse fabbricate su misura; alcune di queste vennero persino tenute in prigione per un lungo periodo, per poi essere impiccate lo stesso. Ora il pericolo è che la storia si ripeta. La differenza, questa volta, è che il mondo sta guardando. Ed è imperativo che il governo del suo Paese registri in maniera ufficiale il proprio disappunto per quanto avviene.
Il 28 gennaio scorso due oppositori (Arash Rahmani Pour e Mohammad Ali Zamani) sono stati uccisi sulla forca. Il giorno dopo, l’ayatollah Ahmad Jannati – religioso che ha sposato la linea dura del governo e membro del Consiglio dei guardiani – ha approvato con gioia quanto avvenuto. Data la sua posizione di preminenza nella fazione dei “falchi” dell’esecutivo, le sue dichiarazioni rappresentano una “luce verde” per le prossime esecuzioni politiche. Il religioso ha sottolineato in maniera esplicita che «se le esecuzioni di massa fossero state ordinate subito dopo i primi scontri, questi non si sarebbero prolungati nel tempo». Addirittura, nel corso della preghiera del venerdì, Jannati si è rivolto direttamente al capo del sistema giudiziario dicendogli: «Per l’amor di Dio, dopo queste prime due esecuzioni continua sulla stessa strada. Dimostra di essere un vero, coraggioso uomo».
Per questo noi chiediamo al vostro governo di agire con forza sui rappresentanti del governo iraniano sul vostro territorio: presentate una forte protesta contro le azioni intraprese dal sistema giudiziario e dal governo della Repubblica islamica d’Iran. Chiediamo tutti insieme al governo iraniano di rispettare i diritti di libertà di assemblea, espressione e stampa della propria popolazione: sono diritti riconosciuti a livello internazionale. Rendiamo chiaro a Teheran che vogliamo un’immediata interruzioni delle esecuzioni dei manifestanti, che sono in corso, e il rilascio dei prigionieri politici.
Infatti, questo va sottolineato, il numero di prigionieri politici e dissidenti che vengono arrestati e condannati a morte aumenta ogni giorno. Nel corso degli ultimi mesi, sono stati uccisi quattro prigionieri politici: Ehsan Fattahian, Fasih Yasmian, Arash Rahmani Pour e Mohammad Ali Zamani. Altri nove sono stati condannati a morte: la loro sentenza è stata confermata, ma i loro nomi non sono stati resi pubblici. Quattro membri dell’Ufficio iraniano per l’unità e sette membri della Commissione per i diritti umani sono sotto processo con l’accusa di essere “nemici di Dio”; come loro, un numero imprecisato di detenuti ordinari. Questa accusa viene punita con la morte. A nessuno di questi detenuti è stato permesso di incontrare i propri avvocati: sono sottoposti a pressioni continue per cercare di ottenere false confessioni.
Non bisogna poi dimenticare che, insieme ai manifestanti politici dell’Onda, le carceri sono piene anche di dissidenti curdi. Almeno venti rischiano la morte, e i loro nomi sono: Shirin Alam Holi, Zeinab Jalilian, Farzad Kamangar, Habibollah Latifi, Shirkoo Moarefi, Farhad Vakili, Ali Heidarian, Hussein Khazri, Rostam Arkia, Mostafa Salimi, Anvar Rostami, Rashid Akhkandi, Mohammad Amin Agooshi, Ahmad Pooladkhani, Seyed Sami Husseini, Seyed Jamal Mohammadi, Hasan Talei, Iraj Mohammadi, Mohammad Amin Abollahi e Ghader Mohammadzadeh.
Per favore, presentate questa lettera ai vostri governi. E chiedete ai vostri colleghi di fare altrettanto.

Nel frattempo, a Pyongyang...

Il “Caro Leader” della Corea del Nord, Kim Jong-il, ha raddoppiato il numero di visite a industrie e stazioni energetiche, un segnale dei rinnovati sforzi del governo per sopravvivere alla crisi economica nata dalle disastrose politiche economiche del regime e aggravata dalle sanzioni delle Nazioni Unite. Un anno fa, il dittatore ha compiuto soltanto 4 visite del genere: l’aumento del numero totale è anche indice della paura di un colpo di Stato.
Secondo Kim Yong-hyun, professore di studi nordcoreani all’università Dongguk di Seoul, “le visite dimostrano chiaramente le intenzioni di Kim: vuole dire al popolo che fa di tutto per superare le difficoltà economiche enormi del Paese. L’altro messaggio è che il leader è in prima fila per migliorare le condizioni di vita generali, che ovviamente stanno peggiorando”.
Il regime asiatico non pubblica mai dati economici ufficiali, ma le sanzioni imposte dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu dopo i test nucleari di Pyongyang hanno peggiorato una situazione resa già drammatica da carestie e pianificazioni economiche senza senso. La Banca centrale di Seoul ha stimato che, nel 2008, il Prodotto interno lordo della Corea del Nord si sia assestato sui 18,4 miliardi di dollari.
Alla luce di queste stime si capisce come, sin dagli anni Novanta, il governo centrale del Nord non riesca a sfamare i 24 milioni di nordcoreani. Carestie, alluvioni e altre strette naturali all’agricoltura avrebbero ucciso, negli anni, almeno due milioni di cittadini. A tutto questo si deve aggiungere la scelta, presa nel dicembre 2009, di cambiare la valuta interna: in questo modo, il regime ha distrutto i miseri risparmi del popolo, che per la prima volta ha protestato pubblicamente contro il governo.