mercoledì 10 febbraio 2010

De libertate

Cos'è, nel profondo, la libertà? Come nascono i regimi, come si annullano le volontà, cosa si nasconde dietro alle limitazioni? Molto spesso, la vulgata popolare e una certa storiografia di parte hanno proposto risposte quanto meno limitate a questi quesiti: la libertà è l'espressione della altrui volontà, i regimi nascono quando delle squadracce ti vengono a prendere sotto casa e ti impongono dell'olio per digerire. Ma non è così. Questa è una fotografia distorta di una società oramai corrosa da un totalitarismo, di una civiltà che ha già piegato la schiena al volere altrui. Un mondo in cui la fiaccola si è spenta anche e soprattutto perché non si è stati in grado di tenerne vivo il fuoco.
La mia domanda era diversa. I regimi nascono infatti quando i primi limiti vengono posti al pensiero e alla parola delle persone comuni, quando una verità viene messa a tacere per un proprio tornaconto personale, quando un fatto viene tenuto nascosto. E non serve andare molto lontano per trovarne le cause recondite. Molto spesso l'ideologia - nella sua nobiltà - non c'entra nulla con questa storia.
E' triste dirlo, ma spesso per uccidere la libertà basta la minaccia di eliminare un bene economico, l'esibizione di una faccia torva, l'esibizione di un potere becero perché basato esclusivamente su se stesso. E non consola il falso convincimento che questi strumenti meschini possano mettere a tacere soltanto voci flebili, perché non è così. Vaclav Havel, autore di Charta '77, ama ripetere che la libertà in Cecoslovacchia è arrivata quando i fornai si sono lamentati della qualità del grano statale.
In una città di liberi, della verità non si ha paura. In un mondo di liberali, i fatti (per quanto vergognosi) non vengono nascosti sotto una coltre composta da benefici commerciali e amicizia raffazzonata. Nel mondo che sognano i liberi, ognuno ha piena facoltà di parlare, così come ha il diritto di rispondere.
Nella mia carriera, ho conosciuto i regimi. E posso testimoniare di persona che la brutalità, gli arresti e le torture sono soltanto l'ultimo stadio, molto spesso un segno di cancrena, che appare sui volti di quei governi che il grande, originale Tocqueville avrebbe aborrito.
Si inizia con la minaccia velata e il biscottino. E fa tristezza vedere che questi, troppo spesso, bastano per barattare i propri valori.

lunedì 8 febbraio 2010

L'Anno della Tigre e i nostri lavoratori

Il Consiglio di Stato sul suo sito web ha ordinato ai governi locali di definire le dispute salariali che riguardino lavoratori migranti, prima delle vacanze del Nuovo Anno Lunare, che cade il 14 febbraio. Nella comunicazione, che porta la data del 5 febbraio, è indicato di pagare tutti i salari arretrati dei migranti che lavorano per i progetti pubblici e persino degli operai nell’edilizia privata, se necessario.

Per il capodanno cinese decine di milioni di migranti tornano a casa, spesso unica loro vacanza. Si prevedono 210 milioni di passeggeri sulle ferrovie nei prossimi 40 giorni. Tutti chiedono ai datori di lavoro di saldare gli stipendi arretrati, per portare i soldi a casa, e sorgono litigi anche accesi. Sul sito web si ricorda che “di recente in alcune zone ci sono stati incidenti di massa per i salari dei lavoratori migranti, specie nel settore edile”. Sono sollecitate speciali misure di sicurezza per impedire proteste ed è annunciata la punizione dei funzionari “responsabili”.

La Cina teme le proteste di massa, che possono evolvere in veri disordini di piazza: secondo dati ufficiali nel 2008 ci sono state oltre 87mila proteste per ragioni economiche. Già altre volte il governo è intervenuto per saldare i salari non pagati e prevenire la protesta. Il 3 febbraio a Zhengzhou, capitale nell’Henan, un datore di lavoro ha accoltellato a morte due operai che protestavano per la diminuzione del salario mensile di circa 100 yuan (circa 9 euro). A gennaio un altro operaio, nell’Hebei, è stato pure accoltellato e ha perso un rene perché protestava per ottenere 70 yuan della sua paga.

Esperti osservano che il boom economico cinese è in buona parte fondato sullo sfruttamento dei lavoratori migranti, pagati poco e male, senza assistenza sanitaria né pensione né altri diritti fondamentali. Anche per questo molti migranti parlano ora di cercare un nuovo lavoro vicino casa e non tornare alla ricche città costiere dove devono lottare persino per ricevere il salario.

venerdì 5 febbraio 2010

La diplomazia dello zoo

Si è trasformata in una festa nazionale che unisce Cina e Stati Uniti il ritorno “a casa”, nella provincia del Sichuan, di due panda nati e cresciuti negli zoo americani. Dopo settimane di tensioni e battute al vetriolo intorno a internet, diritti umani, tasso di cambio dello yuan, Dalai Lama e vendita di armi a Taiwan, la “diplomazia del panda” resta uno dei canali di dialogo e collaborazione più stretti e radicati fra le due superpotenze mondiali. Questa mattina Thai Shan, un maschio di 4 anni e mezzo, e Mei Lan, femmina di 3 anni, nati in cattività negli zoo di Washington e Atlanta, hanno lasciato quella che è stata la loro dimora per tornare nella terra dei loro avi. I due esemplari verranno accolti nel centro specializzato di Chengdu, capitale della provincia sud-occidentale del Sichuan, e inseriti nel programma di riproduzione avviato dalle autorità per la conservazione della specie, in serio pericolo di estinzione. La partenza dei due panda si è trasformata in un evento negli Usa. Negli ultimi giorni gli zoo sono stati presi d’assalto dai cittadini, che hanno voluto salutare per l’ultima volta i due esemplari. L’agenzia ufficiale cinese Xinhua riferisce le parole di Kelly Davis, bambina di 10 anni del Distretto di Columbia. “Spero solo che si trovino bene in Cina – racconta – e che siano capaci di costruire una famiglia”.

Ma che cazzate....

giovedì 4 febbraio 2010

Ma è Rajapaksa....

O Eddie Murphy?


No, il Nobel a Internet no!

Chiariamoci subito: l'idea di dare il Premio Nobel per la pace, e la campagna relativa lanciata da Wired, ha una sua dignità. Ma considerando i competitor di quest'anno, ritengo totalmente inutile dare il Premio a quello che, in fin dei conti, è un semplice strumento. È vero, veicola idee e aiuta i dissidenti: ma veicola anche cazzate immani e propaganda di ogni, orribile tipo. A questo punto avrebbe più dignità dare il Nobel al giubbotto anti-proiettile: in fin dei conti, ha salvato innumerevoli vite.
Io sostengo invece il Nobel al dissidente cinese Liu Xiaobo, che ha preparato e firmato Charta ‘08. Insieme a me, tante autorevoli figure come il Dalai Lama, Desmond Tutu, Vaclav Havel e Ha Jin. Più avanti ne parleremo meglio: lo hanno condannato a 11 anni di galera, tempo ne abbiamo.

mercoledì 3 febbraio 2010

Riformisti, eroi

Piccola premessa: questo post non riguarda la Cina. Trattasi invece di una lettera aperta, che i dissidenti iraniani hanno chiesto di far girare il più possibile. E laggiù, ragazzi, non scherzano mica. Quindi la si ospita con estremo piacere, anche se è lunghetta. La traduzione è opera mia, ma in inglese e in farsi la si trova sul web.


Questa lettera rappresenta una richiesta, da presentare ai diplomatici iraniani sparsi per il mondo, e una forte protesta contro le enormi violazioni ai diritti umani che avvengono nel Paese. Il governo di Teheran, che detiene il secondo posto nella triste classifica mondiale delle esecuzioni, ha deciso di comminare la pena di morte anche per crimini non capitali. La Campagna internazionale per i diritti dell’uomo ritiene che oramai l’accusa di essere un mohareb, un “nemico di Dio”, venga usata soltanto per intimidire dissidenti, manifestanti e oppositori. Nel momento in cui il Paese si prepara a celebrare il 31esimo anniversario della Rivoluzione islamica contro lo Scià, che cade l’11 febbraio, questa protesta internazionale diviene ancora più urgente. Infatti, una preoccupazione molto diffusa ritiene che avverranno nuove esecuzioni nei prossimi giorni: un monito alla popolazione, che non deve manifestarsi, riunirsi o tanto meno esprimere il proprio desiderio di diritti umani e civili.
A partire dalla contestata rielezione di Mahmoud Ahmadinejad, avvenuta nel giugno del 2009, i dissidenti sono stati condannati a morte senza poter accedere a un giusto processo e senza il sostegno di avvocati imparziali. Se si guarda ai fatti, queste esecuzioni sono semplicemente omicidi. Il sistema giudiziario iraniano fa quello che vuole delle regole; cambia le leggi e adatta le accuse di conseguenza. Queste accuse, persino quelle ufficiali, violano i diritti umani di base e la Dichiarazione universale dei diritti umani, di cui l’Iran è uno dei firmatari. Per essere specifici, questo modo di fare viola gli articoli 10, 18, 19 e 20. Ora la paura è che possano tornare le esecuzioni di massa.
Per molti, dentro e fuori l’Iran, è ancora fresco il ricordo delle esecuzioni di massa avvenute alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso. Migliaia di persone, all’epoca, vennero uccise con accuse fabbricate su misura; alcune di queste vennero persino tenute in prigione per un lungo periodo, per poi essere impiccate lo stesso. Ora il pericolo è che la storia si ripeta. La differenza, questa volta, è che il mondo sta guardando. Ed è imperativo che il governo del suo Paese registri in maniera ufficiale il proprio disappunto per quanto avviene.
Il 28 gennaio scorso due oppositori (Arash Rahmani Pour e Mohammad Ali Zamani) sono stati uccisi sulla forca. Il giorno dopo, l’ayatollah Ahmad Jannati – religioso che ha sposato la linea dura del governo e membro del Consiglio dei guardiani – ha approvato con gioia quanto avvenuto. Data la sua posizione di preminenza nella fazione dei “falchi” dell’esecutivo, le sue dichiarazioni rappresentano una “luce verde” per le prossime esecuzioni politiche. Il religioso ha sottolineato in maniera esplicita che «se le esecuzioni di massa fossero state ordinate subito dopo i primi scontri, questi non si sarebbero prolungati nel tempo». Addirittura, nel corso della preghiera del venerdì, Jannati si è rivolto direttamente al capo del sistema giudiziario dicendogli: «Per l’amor di Dio, dopo queste prime due esecuzioni continua sulla stessa strada. Dimostra di essere un vero, coraggioso uomo».
Per questo noi chiediamo al vostro governo di agire con forza sui rappresentanti del governo iraniano sul vostro territorio: presentate una forte protesta contro le azioni intraprese dal sistema giudiziario e dal governo della Repubblica islamica d’Iran. Chiediamo tutti insieme al governo iraniano di rispettare i diritti di libertà di assemblea, espressione e stampa della propria popolazione: sono diritti riconosciuti a livello internazionale. Rendiamo chiaro a Teheran che vogliamo un’immediata interruzioni delle esecuzioni dei manifestanti, che sono in corso, e il rilascio dei prigionieri politici.
Infatti, questo va sottolineato, il numero di prigionieri politici e dissidenti che vengono arrestati e condannati a morte aumenta ogni giorno. Nel corso degli ultimi mesi, sono stati uccisi quattro prigionieri politici: Ehsan Fattahian, Fasih Yasmian, Arash Rahmani Pour e Mohammad Ali Zamani. Altri nove sono stati condannati a morte: la loro sentenza è stata confermata, ma i loro nomi non sono stati resi pubblici. Quattro membri dell’Ufficio iraniano per l’unità e sette membri della Commissione per i diritti umani sono sotto processo con l’accusa di essere “nemici di Dio”; come loro, un numero imprecisato di detenuti ordinari. Questa accusa viene punita con la morte. A nessuno di questi detenuti è stato permesso di incontrare i propri avvocati: sono sottoposti a pressioni continue per cercare di ottenere false confessioni.
Non bisogna poi dimenticare che, insieme ai manifestanti politici dell’Onda, le carceri sono piene anche di dissidenti curdi. Almeno venti rischiano la morte, e i loro nomi sono: Shirin Alam Holi, Zeinab Jalilian, Farzad Kamangar, Habibollah Latifi, Shirkoo Moarefi, Farhad Vakili, Ali Heidarian, Hussein Khazri, Rostam Arkia, Mostafa Salimi, Anvar Rostami, Rashid Akhkandi, Mohammad Amin Agooshi, Ahmad Pooladkhani, Seyed Sami Husseini, Seyed Jamal Mohammadi, Hasan Talei, Iraj Mohammadi, Mohammad Amin Abollahi e Ghader Mohammadzadeh.
Per favore, presentate questa lettera ai vostri governi. E chiedete ai vostri colleghi di fare altrettanto.

Nel frattempo, a Pyongyang...

Il “Caro Leader” della Corea del Nord, Kim Jong-il, ha raddoppiato il numero di visite a industrie e stazioni energetiche, un segnale dei rinnovati sforzi del governo per sopravvivere alla crisi economica nata dalle disastrose politiche economiche del regime e aggravata dalle sanzioni delle Nazioni Unite. Un anno fa, il dittatore ha compiuto soltanto 4 visite del genere: l’aumento del numero totale è anche indice della paura di un colpo di Stato.
Secondo Kim Yong-hyun, professore di studi nordcoreani all’università Dongguk di Seoul, “le visite dimostrano chiaramente le intenzioni di Kim: vuole dire al popolo che fa di tutto per superare le difficoltà economiche enormi del Paese. L’altro messaggio è che il leader è in prima fila per migliorare le condizioni di vita generali, che ovviamente stanno peggiorando”.
Il regime asiatico non pubblica mai dati economici ufficiali, ma le sanzioni imposte dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu dopo i test nucleari di Pyongyang hanno peggiorato una situazione resa già drammatica da carestie e pianificazioni economiche senza senso. La Banca centrale di Seoul ha stimato che, nel 2008, il Prodotto interno lordo della Corea del Nord si sia assestato sui 18,4 miliardi di dollari.
Alla luce di queste stime si capisce come, sin dagli anni Novanta, il governo centrale del Nord non riesca a sfamare i 24 milioni di nordcoreani. Carestie, alluvioni e altre strette naturali all’agricoltura avrebbero ucciso, negli anni, almeno due milioni di cittadini. A tutto questo si deve aggiungere la scelta, presa nel dicembre 2009, di cambiare la valuta interna: in questo modo, il regime ha distrutto i miseri risparmi del popolo, che per la prima volta ha protestato pubblicamente contro il governo.

martedì 2 febbraio 2010

Magari mi sono sbagliato. Comunque consideriamo insieme...

Allora, ricapitolando: in mattinata, viste le minacce di Pechino, avevo pensato e scritto che il presidente americano Barack Obama non avrebbe tenuto nei confronti del Tibet lo stesso atteggiamento riservato a Taiwan. Ero convinto, dato il mancato incontro del democrat con il leader tibetano risalente ad alcuni mesi fa, che Obama si sarebbe tirato indietro anche questa volta. Un portavoce della Casa Bianca mi ha smentito: l'incontro si farà, nel mese di febbraio. La decisione era già stata comunicata ai leader cinesi nell'incontro di Pechino fra i due presidenti dello scorso novembre. Ma questo significa, tiriamo a indovinare, che il ministero degli Esteri di Zhongnanhai (la sede del Politburo cinese) reagirà con violenza alla cosa, minacciando ritorsioni di varia natura. E questo Washington non lo vuole. Dunque, cosa è cambiato? Nelle ultime due settimane abbiamo registrato il caso Google, la vendita di armi a Taipei e oggi l'apertura al Dalai Lama.
L'ipotesi che mi sembra più potabile è che l'economia, una volta ancora, abbia vinto: Hu Jintao sa benissimo che il debito estero americano che tiene nelle proprie casse non può essere riscosso. Un Paese in ginocchio non paga i debiti, che diventano carta straccia. Dunque, l'asso nella manica cinese si è rivelato un semi-bluff: la Cina ha bisogno degli Usa e viceversa.
C'è poi un'altra storia, che riguarda Microsoft e Huawei, su cui debbo indagare meglio. Ma anche qui parliamo di stock option e partecipazioni, non di diritti.
Ma alla fin della fiera, che importa? Non conta che il gatto sia nero o bianco, basta che prenda il topo. E questo lo diceva Deng Xiaoping, non Mandela.
Per oggi celebriamo la vittoria con Dharamsala e il Tibet intero, domani ci avveleneremo con la realpolitik.
Buona navigazione

E se mi fossi sbagliato?

Magari...


Usa, Obama sfida la Cina: «Riceverò il Dalai Lama»

La Lunga Marcia della dissidenza cinese

Nonostante le aperture di facciata concesse dal governo centrale cinese, continuano senza sosta la repressione nei confronti dei dissidenti e gli scontri fra popolazione civile e agenti di pubblica sicurezza. Motivati principalmente dall’esproprio forzato delle terre, soprattutto nelle aree rurali delle province meridionali e centrali. Il governo municipale della capitale ha messo sotto “detenzione leggera” due attivisti cinesi, Cha Jianguo e Gao Hongming. I due sono soggetti al controllo dell’autorità dal 27 e dal 29 gennaio. Sono guardati a vista, ma hanno avuto il permesso di rimanere nei propri appartamenti; se devono spostarsi, possono farlo soltanto su macchine della polizia. L’unica spiegazione fornita dagli agenti è che i due sono sotto sorveglianza «perché così hanno ordinato le autorità superiori». Ovviamente, ai due dissidenti è ora impossibile contattare la comunità degli oppositori politici di Pechino. Entrambi hanno aiutato a fondare il Partito democratico cinese, nel 1998. Per questo, sono già stati entrambi arrestati con l’accusa di “sovversione anti-statale”. Il 27 gennaio, inoltre, un gruppo di operai del Gruppo Jiahe per lo sviluppo del Guangxi – una compagnia privata di investimenti terrieri – ha picchiato a sangue un uomo di 76 anni che aveva chiesto perché stessero strappando dei cavi elettrici dal suo terreno. Gli operai, armati di mazze e scudi, hanno attaccato Huang Jianxian senza preavviso. La questione dell’esproprio dei terreni è una spina nel fianco del governo centrale cinese. Il 29 gennaio, Pechino ha pubblicato una bozza di regolamentazione che garantisce maggiori diritti ai venditori e meno impunità agli acquirenti, e ha chiesto alla società civile di commentarla. Per adesso, sembra che essa rappresenti un passo in avanti: ma la legislazione cinese viene molto spesso ignorata da chi, poi, la deve mettere in pratica.
D'ora in avanti, segnalerò ai miei gentili ospiti con cadenza purtroppo quotidiana ciò che accade a chi non tollera, in Cina, questi metodi.

Taiwan - Tibet. Trova le differenze

Che differenza c’è fra Taipei e Dharamsala? Facile: la prima ospita un governo democratico che è riuscito, nel bene o nel male, a proporsi come contraltare dell’imperialismo cinese. L’altra ospita un governo in esilio, quello tibetano, che sempre di più viene visto come fumo negli occhi da parte di molti, troppi leader occidentali. Barack Obama e la sua Amministrazione hanno tenuto fede ai patti stipulati con Taiwan e, settimana scorsa, hanno inviato armi per sei miliardi di dollari nell’isola. Con il pretesto di «mantenere la stabilità sullo Stretto». Ma la stessa Amministrazione si è rifiutata di incontrare il Dalai Lama, lo scorso novembre, per non irritare i notabili di Pechino. Oggi, il governo cinese ha mandato un nuovo, chiarissimo segnale a Washington: niente incontri con il leader tibetano quando questi, il 16 febbraio, scenderà sul suolo statunitense. E invece di mandarli a quel paese, i dirigenti Usa hanno cincischiato a mezza bocca. In Tibet c’è un popolo vessato, costretto a subire l’immigrazione coatta dei cinesi di etnia han, con sempre meno libertà religiosa e sociale. In Tibet non si può professare liberamente una religione, non si può parlare l’idioma locale, non si possono fare affari lucrosi. A Taiwan, invece, prende sempre più piede l’idea di trattare con la Cina continentale un’annessione bilaterale, al modico prezzo di una piccola limitazione di autonomia, per migliorare quei commerci che per i cinesi di entrambi i lati dello Stretto sono al primo posto, sempre. E gli Stati Uniti, invece di aiutare il popolo vessato, decidono di sostenere quello che sta trattando. Riposa in pace, Ronald Reagan. Noi aspettiamo ancora (invano) un tuo degno erede.

lunedì 1 febbraio 2010

Chi ero, cosa ho fatto, perché ritorno in vita

Una vecchia riflessione, che dovrebbe attirare l'attenzione dell'amico Andragorn.


Evocare oggi piazza Tiananmen scatena una ridda di luoghi comuni e immagini sgranate. Tranne una: quella di un giovanotto in maniche di camicia, con una busta di plastica in mano, che si sposta per bloccare i cingoli di un carro armato. La vulgata più diffusa vuole quei giovani manifestanti riuniti a Pechino per chiedere democrazia al governo - secondo alcuni «volevano soltanto una Coca Cola» - ma ignora cosa successe loro prima e dopo la repressione. La nebbia della censura governativa e il disinteresse globale hanno steso un velo funebre sulle centinaia, forse migliaia di manifestanti che sono caduti sotto il fuoco amico dell’Esercito nato per liberarli, spazzati via dalla piazza centrale di Pechino - il cuore del “primo anello” della capitale - e dalla memoria comune del loro Paese. Persino nel libero Occidente è difficile ritrovare una ricostruzione affidabile di quello che avvenne prima del massacro, prima che l’anima nera del comunismo cinese - quel Li Peng soprannominato “macellaio”, ancora oggi onorato dalla politica cinese - scatenasse la sua furia omicida sul movimento democratico. Sono pochissime, infine, le persone che oggi riescono a leggere nella Cina contemporanea i segni di quello che avvenne già una volta, esattamente venti anni fa. Quando la morte di un leader carismatico, contrario alla corruzione e allo strapotere del Partito, riuscì a smuovere il popolo dal torpore in cui era stato immerso dall’egocentrismo di Mao.

Nato nel 1915 in una famiglia di contadini con poche entrate, Hu Yaobang non ricevette alcuna istruzione scolastica. Per questo motivo, ricorderà poi in un suo breve memoriale, «a quattordici anni mi sono unito alle truppe comuniste guidate da Mao Zedong. Ero convinto di meritare di più, e il comunismo era ai miei occhi l’unica strada per lasciare i campi di mio padre». Entra nel Partito nel 1933 e si lancia con entusiasmo nella tragica Lunga Marcia, quel tragitto lastricato di morti con cui il futuro Timoniere della nuova Cina lustra la genesi del potere. Sin dall’inizio della sua carriera Hu lega il suo destino a quello di Deng Xiaoping, secondo presidente cinese: sarà il suo Commissario politico all’interno della seconda Armata di campo nel corso della guerra civile cinese, arrivando a epurare le truppe da coloro che non allineano il pensiero ai diktat del Politburo. Alla fine degli anni Quaranta gli viene affidato anche il comando militare dell’Armata, con la velata speranza che questa (indisciplinata e poco ortodossa) venga spazzata via dal Generalissimo Chiang Kaishek. Contro tutte le aspettative, Hu porta invece i suoi alla vittoria e riesce a strappare dalle mani dei nazionalisti la provincia del Sichuan.

Come premio per le sue stupefacenti (e innegabili) prodezze sul campo, Deng lo convoca a Pechino per metterlo a capo della Lega giovanile comunista. Qui, e siamo nell’anno 1952 dell’era volgare, Hu matura una vicinanza nei confronti del mondo studentesco non comune fra i dirigenti rossi. Oltre al gravoso impegno di educarli e indottrinarli, infatti, il futuro segretario del Partito si pone su un livello di parità con i suoi sottoposti: verrà ricordato, anche in anni recenti, come un appassionato ascoltatore e un ottimo consigliere, pronto a mettere da parte le direttive ufficiali per raggiungere uno scopo ritenuto nobile. La Rivoluzione culturale, che arriva come un tornado nel Paese, non gradisce queste doti: insieme al suo amico e protettore Deng, Hu Yaobang viene epurato e riabilitato per ben due volte. Dopo la seconda, e arriviamo al 1977, giunge inaspettata la nomina a membro dell’Ufficio politico, con delega alla propaganda. Nel febbraio del 1980 viene nominato segretario generale del Partito comunista cinese, entrando di diritto nella ristrettissima cerchia di uomini che comanda realmente il Paese.

È in questo preciso istante che si verifica il primo blackout nella dinastia comunista che ha preso il posto di Pu Yi - l’ultimo imperatore - e la sua ascendenza manciù. Hu, infatti, mostra un inaspettato piglio riformista e poca accondiscendenza nei confronti delle richieste del suo mentore, che nel frattempo è riuscito a gettare in una galera Hua Guofeng - erede designato da Mao - e a prenderne il posto al comando del Paese. Sebbene la storiografia ufficiale, cinese e occidentale, dipinga Yaobang con i colori della marionetta dell’opera tradizionale di Pechino (un uomo di latta, che non può muoversi senza la compiacente mano del suo padrone), la storia racconta una versione diversa.

Memorabile il discorso con cui Hu chiede al Politburo di «mettere da parte l’ideologia maoista, che deve essere rimpiazzata per il bene di tutti con una politica più flessibile e pragmatica. Una politica che cerchi la verità attraverso i fatti, non attraverso gli ordini». Una critica ai piani quinquennali e al Grande balzo in avanti che lascia scossi i colleghi di Partito e fa infuriare le oliate leve del potere comunista. In linea con la nuova enfasi - che inizia a essere raccontata e apprezzata persino dai compassati giornali di Partito - Hu abolisce diverse cariche all’interno della nomenklatura che, a suo dire, erano state create per esaltare il culto della personalità. Nel 1982 ordina la purga di alcuni compagni di strada di Mao, accusati di corruzione e mal governo, che rimpiazza con giovani e capaci leader cui non chiede fedeltà, ma risultati concreti.

I cinque anni che seguono questa riorganizzazione verranno ricordati da Bao Tong - storico dissidente cinese ed ex Guardia Rossa - come «l’unico momento in cui la nostra patria ha mostrato i caratteri repubblicani, quelli che in teoria la Costituzione garantisce e protegge». A ogni azione, però, corrisponde una reazione: quando nei forum pubblici e nei tazebao delle principali università del Paese - fucina di intelletti e futuri leader - cominciano ad apparire le richieste di maggior democrazia e soprattutto meno corruzione, i gangli del Partito iniziano a tremare: Hu Yaobang non soltanto appoggia quelle richieste, ma ha il potere per trasformarle in realtà. E l’unica strada è quella di allontanare dal potere i vertici comunisti.

Questi non hanno intenzione di chinare la testa davanti al boia e, complice il vecchio amico Deng Xiaoping, impongono nel 1987 la censura e l’autocritica del Segretario. Che il 15 aprile del 1989, stremato dai due anni di carcere che hanno seguito il suo allontanamento dal potere, muore per un attacco cardiaco. Il giorno dopo, la notizia inizia a circolare in tutto il Paese: studenti, operai e contadini abbandonano le casacche maoiste per indossare le vesti bianche prescritte dal lutto confuciano e usano i loro canali di informazione per chiedere a Zhongnanhai - il quartiere blindato nei pressi di piazza Tiananmen, sede del governo centrale cinese - di riabilitare l’operato del defunto e permettere la partecipazione popolare ai funerali di Stato nel cimitero monumentale di Babaoshan. Il deciso “no” che si scontra con la protesta popolare scatena il secondo blackout della storia cinese contemporanea: invece di rientrare compatti nei propri dormitori, cantando diligentemente “Il sole sorge a Oriente, Mao è il nostro sole”, gli studenti prendono la strada dei campi.

Sanno che, senza i contadini e gli operai, sono condannati a una repressione brutale e immediata. Le leve proletarie della nazione rispondono compatte all’invito, ma non perdono il senso della tradizione e dell’onore: non potendo marciare tutti insieme su Pechino, eleggono i loro rappresentanti tramite i “concorsi di Confucio”, prove di abilità e istruzione, e danno loro la delega a essere rappresentati davanti alla pira di quello che inizia a essere chiamato “il difensore del popolo”. Shanghai, Shenzhen, Xian, Guangzhou, Nanjing, Urumqi e persino Hong Kong: la chiamata alle armi ottiene una risposta senza precedenti, e la massa umana che occupa piazza Tiananmen - la “Porta del Cielo” - può vantarsi di avere rappresentanti da tutto lo sterminato Paese. Quello che batte sotto la Città Proibita è il cuore più nobile della Cina, che chiede soltanto la possibilità di onorare un defunto.

Qui avviene il terzo blackout: divisi fra la repressione dura e il tentativo di far sfollare la piazza senza versare sangue, i leader comunisti dimostrano che lo stalinismo non è entrato a far parte della loro cultura. L’anima ancestrale che vive persino all’interno dei burocrati più grigi ha la meglio, e tiene a freno l’ipotesi di mandare l’esercito a sparare sul popolo. Questo stato di cose dura meno di due mesi. Li Peng, che guida i “falchi” del Partito, ottiene la benedizione del presidente e il 4 giugno scatena le truppe provenienti dalla Manciuria contro il movimento. Bagnando di sangue uno dei luoghi più sacri dell’Impero di Mezzo. Vent’anni dopo, la storia sembra ripetersi: a ridosso di questi anniversari, infatti, il governo censura e incarcera i testimoni scomodi di quegli eventi, nega la memoria del leader riformista e cerca di frenare le numerose proteste di piazza con la forza. Il timore è che, pur senza un politico del calibro di Hu Yaobang, la popolazione possa tornare sotto la Porta del Cielo a chiedere il giusto risarcimento per ciò che è stata costretta a subire.

L'asse del male, l'asse del bene: business as usual

Con l’Iran “si deve dialogare. La questione del nucleare di Teheran dovrebbe essere risolta tramite sforzi diplomatici e negoziati”. Lo ha detto Yang Jiechi, ministro cinese degli Esteri, ai margini della Conferenza internazionale dei Paesi donatori dell’Afghanistan. Dopo un incontro privato con il Segretario di Stato americano Hillary Clinton, Yang ha spiegato: “Noi crediamo che ci si debba concentrare sulla ripresa dei colloqui”.
La dichiarazione è una risposta alle richieste dell’amministrazione americana, che vorrebbe far approvare nuove sanzioni contro il regime di Teheran da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Ma per ottenerle deve convincere Pechino e Mosca, membri permanenti del Consiglio con diritto di veto. La Clinton, da parte sua, ha sottolineato come “l’Iran non ha fatto alcuno sforzo per trovare un compromesso con la comunità internazionale sul proprio programma nucleare”.
In effetti, gli ayatollah hanno rinunciato lo scorso anno alla proposta avanzata dall’Agenzia internazionale per l’energia atomica. Questa aveva infatti avanzato l’ipotesi di far arricchire l’uranio iraniano in delle centrali occidentali, che poi l’avrebbero rimandato in patria. Appoggiata dal 5+1 – il gruppo composto da Gran Bretagna, Francia, Russia, Cina, Stati Uniti e Germania – l’ipotesi è stata rigettata dal governo Ahmadinejad.
Anche la Russia si dice “perplessa” davanti all’ipotesi di inasprire le sanzioni. Il ministro degli Esteri del Cremlino Sergei Lavrov, dopo un incontro sempre con la Clinton, si è allineato alla posizione cinese. In concreto, l’idea americana sarebbe quella di penalizzare economicamente alcune industrie collegate con le Guardie della Rivoluzione iraniane e soprattutto di colpire il settore finanziario.
Secondo fonti diplomatiche occidentali, il timore di Pechino è quello di perdere uno dei suoi maggiori importatori di petrolio e gas naturale. Affamata di fonti energetiche, la Cina continua a sostenere governi e regimi del Terzo mondo anche a livello diplomatico, in cambio di un binario preferenziale nel ramo energetico.
Ora, voglio dire, siamo seri: la Cina campa energeticamente grazie al carbone (interno) e al petrolio dei Paesi arabi e, in questo caso, della Persia. Ma che volete che gliene fraghi di diritti umani, nucleare, sopravvivenza di Israele?

Chi sono e perché scrivo

Nato nella provincia dell'Hunan, sono stato senza ombra di dubbio uno dei migliori alleati di Deng Xiaoping nel corso del durissimo scontro per la sopravvivenza messo in atto contro il suo rivale Hua Guofeng. Questi, erede indicato da Mao Zedong, voleva farci fuori e riportare in auge i massacri della Rivoluzione culturale: una prospettiva che nessuno di noi poteva accettare. Quindi, grazie a un'abile preparazione, siamo riusciti a neutralizzarlo: Zhao Ziyang lo rimpiazza come Primo ministro mentre io, nel 1981, divento Presidente del Partito comunista cinese. Solo un anno dopo, decido di abolire questa posizione reinstituendo la carica di Segretario generale, ricoprendola per primo. Benché ai vertici del potere, ero considerato soltanto uno dei burattini di Deng: mentre Zhao lo era nello Stato, io lo ero nel Partito. Per combattere contro questo stato di cose, e lasciare la mia impronta sulla scena politica della Cina, ho riabilitato molte delle vittime della Rivoluzione culturale, fra le quali l'ex Presidente della Repubblica popolare cinese, Liu Shaoqi. Era un uomo buono, ucciso in modo orribile per aver denunciato le vittime del Grande Balzo in avanti. Ho cercato inoltre di migliorare l'autonomia del Tibet, ritirando alcuni quadri comunisti troppo intransigenti dalla regione. Tuttavia, nel 1987, Deng mi ha costretto con la forza a rinunciare al mio posto, accusandomi di avere compiuto "errori e inesattezze varie". Nel 1989 sono morto a causa di un attacco cardiaco: durante il mio elogio funebre sono stato ricordato come un "grande rivoluzionario proletario". Mi sono stati tributati funerali di Stato, probabilmente per il mio ruolo nell'avere aiutato Deng Xiaoping nelle sue riforme di mercato e nella denuncia della Rivoluzione culturale. Moltissimi giovani cinesi volevano ricordarmi, ma gli è stato impedito dai “falchi” dell'amministrazione Deng. Dal mio funerale sono iniziate le proteste sfociate nella repressione di piazza Tiananmen. Ero un riformatore, volevo salvare il mio Paese da sè stesso.
Oggi torno a scrivere perché l'attuale presidente cinese, Hu Jintao, dice di ispirarsi a me. Lo dice e basta, perché quello che accade nel Paese è sotto gli occhi di tutti. Spero che i miei commenti sulle cronache quotidiane possano aiutarvi a comprendere il Zhong Guo, l'Impero di Mezzo, la Cina.