Una vecchia riflessione, che dovrebbe attirare l'attenzione dell'amico Andragorn.
Evocare oggi piazza Tiananmen scatena una ridda di luoghi comuni e immagini sgranate. Tranne una: quella di un giovanotto in maniche di camicia, con una busta di plastica in mano, che si sposta per bloccare i cingoli di un carro armato. La vulgata più diffusa vuole quei giovani manifestanti riuniti a Pechino per chiedere democrazia al governo - secondo alcuni «volevano soltanto una Coca Cola» - ma ignora cosa successe loro prima e dopo la repressione. La nebbia della censura governativa e il disinteresse globale hanno steso un velo funebre sulle centinaia, forse migliaia di manifestanti che sono caduti sotto il fuoco amico dell’Esercito nato per liberarli, spazzati via dalla piazza centrale di Pechino - il cuore del “primo anello” della capitale - e dalla memoria comune del loro Paese. Persino nel libero Occidente è difficile ritrovare una ricostruzione affidabile di quello che avvenne prima del massacro, prima che l’anima nera del comunismo cinese - quel Li Peng soprannominato “macellaio”, ancora oggi onorato dalla politica cinese - scatenasse la sua furia omicida sul movimento democratico. Sono pochissime, infine, le persone che oggi riescono a leggere nella Cina contemporanea i segni di quello che avvenne già una volta, esattamente venti anni fa. Quando la morte di un leader carismatico, contrario alla corruzione e allo strapotere del Partito, riuscì a smuovere il popolo dal torpore in cui era stato immerso dall’egocentrismo di Mao.
Nato nel 1915 in una famiglia di contadini con poche entrate, Hu Yaobang non ricevette alcuna istruzione scolastica. Per questo motivo, ricorderà poi in un suo breve memoriale, «a quattordici anni mi sono unito alle truppe comuniste guidate da Mao Zedong. Ero convinto di meritare di più, e il comunismo era ai miei occhi l’unica strada per lasciare i campi di mio padre». Entra nel Partito nel 1933 e si lancia con entusiasmo nella tragica Lunga Marcia, quel tragitto lastricato di morti con cui il futuro Timoniere della nuova Cina lustra la genesi del potere. Sin dall’inizio della sua carriera Hu lega il suo destino a quello di Deng Xiaoping, secondo presidente cinese: sarà il suo Commissario politico all’interno della seconda Armata di campo nel corso della guerra civile cinese, arrivando a epurare le truppe da coloro che non allineano il pensiero ai diktat del Politburo. Alla fine degli anni Quaranta gli viene affidato anche il comando militare dell’Armata, con la velata speranza che questa (indisciplinata e poco ortodossa) venga spazzata via dal Generalissimo Chiang Kaishek. Contro tutte le aspettative, Hu porta invece i suoi alla vittoria e riesce a strappare dalle mani dei nazionalisti la provincia del Sichuan.
Come premio per le sue stupefacenti (e innegabili) prodezze sul campo, Deng lo convoca a Pechino per metterlo a capo della Lega giovanile comunista. Qui, e siamo nell’anno 1952 dell’era volgare, Hu matura una vicinanza nei confronti del mondo studentesco non comune fra i dirigenti rossi. Oltre al gravoso impegno di educarli e indottrinarli, infatti, il futuro segretario del Partito si pone su un livello di parità con i suoi sottoposti: verrà ricordato, anche in anni recenti, come un appassionato ascoltatore e un ottimo consigliere, pronto a mettere da parte le direttive ufficiali per raggiungere uno scopo ritenuto nobile. La Rivoluzione culturale, che arriva come un tornado nel Paese, non gradisce queste doti: insieme al suo amico e protettore Deng, Hu Yaobang viene epurato e riabilitato per ben due volte. Dopo la seconda, e arriviamo al 1977, giunge inaspettata la nomina a membro dell’Ufficio politico, con delega alla propaganda. Nel febbraio del 1980 viene nominato segretario generale del Partito comunista cinese, entrando di diritto nella ristrettissima cerchia di uomini che comanda realmente il Paese.
È in questo preciso istante che si verifica il primo blackout nella dinastia comunista che ha preso il posto di Pu Yi - l’ultimo imperatore - e la sua ascendenza manciù. Hu, infatti, mostra un inaspettato piglio riformista e poca accondiscendenza nei confronti delle richieste del suo mentore, che nel frattempo è riuscito a gettare in una galera Hua Guofeng - erede designato da Mao - e a prenderne il posto al comando del Paese. Sebbene la storiografia ufficiale, cinese e occidentale, dipinga Yaobang con i colori della marionetta dell’opera tradizionale di Pechino (un uomo di latta, che non può muoversi senza la compiacente mano del suo padrone), la storia racconta una versione diversa.
Memorabile il discorso con cui Hu chiede al Politburo di «mettere da parte l’ideologia maoista, che deve essere rimpiazzata per il bene di tutti con una politica più flessibile e pragmatica. Una politica che cerchi la verità attraverso i fatti, non attraverso gli ordini». Una critica ai piani quinquennali e al Grande balzo in avanti che lascia scossi i colleghi di Partito e fa infuriare le oliate leve del potere comunista. In linea con la nuova enfasi - che inizia a essere raccontata e apprezzata persino dai compassati giornali di Partito - Hu abolisce diverse cariche all’interno della nomenklatura che, a suo dire, erano state create per esaltare il culto della personalità. Nel 1982 ordina la purga di alcuni compagni di strada di Mao, accusati di corruzione e mal governo, che rimpiazza con giovani e capaci leader cui non chiede fedeltà, ma risultati concreti.
I cinque anni che seguono questa riorganizzazione verranno ricordati da Bao Tong - storico dissidente cinese ed ex Guardia Rossa - come «l’unico momento in cui la nostra patria ha mostrato i caratteri repubblicani, quelli che in teoria la Costituzione garantisce e protegge». A ogni azione, però, corrisponde una reazione: quando nei forum pubblici e nei tazebao delle principali università del Paese - fucina di intelletti e futuri leader - cominciano ad apparire le richieste di maggior democrazia e soprattutto meno corruzione, i gangli del Partito iniziano a tremare: Hu Yaobang non soltanto appoggia quelle richieste, ma ha il potere per trasformarle in realtà. E l’unica strada è quella di allontanare dal potere i vertici comunisti.
Questi non hanno intenzione di chinare la testa davanti al boia e, complice il vecchio amico Deng Xiaoping, impongono nel 1987 la censura e l’autocritica del Segretario. Che il 15 aprile del 1989, stremato dai due anni di carcere che hanno seguito il suo allontanamento dal potere, muore per un attacco cardiaco. Il giorno dopo, la notizia inizia a circolare in tutto il Paese: studenti, operai e contadini abbandonano le casacche maoiste per indossare le vesti bianche prescritte dal lutto confuciano e usano i loro canali di informazione per chiedere a Zhongnanhai - il quartiere blindato nei pressi di piazza Tiananmen, sede del governo centrale cinese - di riabilitare l’operato del defunto e permettere la partecipazione popolare ai funerali di Stato nel cimitero monumentale di Babaoshan. Il deciso “no” che si scontra con la protesta popolare scatena il secondo blackout della storia cinese contemporanea: invece di rientrare compatti nei propri dormitori, cantando diligentemente “Il sole sorge a Oriente, Mao è il nostro sole”, gli studenti prendono la strada dei campi.
Sanno che, senza i contadini e gli operai, sono condannati a una repressione brutale e immediata. Le leve proletarie della nazione rispondono compatte all’invito, ma non perdono il senso della tradizione e dell’onore: non potendo marciare tutti insieme su Pechino, eleggono i loro rappresentanti tramite i “concorsi di Confucio”, prove di abilità e istruzione, e danno loro la delega a essere rappresentati davanti alla pira di quello che inizia a essere chiamato “il difensore del popolo”. Shanghai, Shenzhen, Xian, Guangzhou, Nanjing, Urumqi e persino Hong Kong: la chiamata alle armi ottiene una risposta senza precedenti, e la massa umana che occupa piazza Tiananmen - la “Porta del Cielo” - può vantarsi di avere rappresentanti da tutto lo sterminato Paese. Quello che batte sotto la Città Proibita è il cuore più nobile della Cina, che chiede soltanto la possibilità di onorare un defunto.
Qui avviene il terzo blackout: divisi fra la repressione dura e il tentativo di far sfollare la piazza senza versare sangue, i leader comunisti dimostrano che lo stalinismo non è entrato a far parte della loro cultura. L’anima ancestrale che vive persino all’interno dei burocrati più grigi ha la meglio, e tiene a freno l’ipotesi di mandare l’esercito a sparare sul popolo. Questo stato di cose dura meno di due mesi. Li Peng, che guida i “falchi” del Partito, ottiene la benedizione del presidente e il 4 giugno scatena le truppe provenienti dalla Manciuria contro il movimento. Bagnando di sangue uno dei luoghi più sacri dell’Impero di Mezzo. Vent’anni dopo, la storia sembra ripetersi: a ridosso di questi anniversari, infatti, il governo censura e incarcera i testimoni scomodi di quegli eventi, nega la memoria del leader riformista e cerca di frenare le numerose proteste di piazza con la forza. Il timore è che, pur senza un politico del calibro di Hu Yaobang, la popolazione possa tornare sotto la Porta del Cielo a chiedere il giusto risarcimento per ciò che è stata costretta a subire.
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