martedì 2 febbraio 2010

Magari mi sono sbagliato. Comunque consideriamo insieme...

Allora, ricapitolando: in mattinata, viste le minacce di Pechino, avevo pensato e scritto che il presidente americano Barack Obama non avrebbe tenuto nei confronti del Tibet lo stesso atteggiamento riservato a Taiwan. Ero convinto, dato il mancato incontro del democrat con il leader tibetano risalente ad alcuni mesi fa, che Obama si sarebbe tirato indietro anche questa volta. Un portavoce della Casa Bianca mi ha smentito: l'incontro si farà, nel mese di febbraio. La decisione era già stata comunicata ai leader cinesi nell'incontro di Pechino fra i due presidenti dello scorso novembre. Ma questo significa, tiriamo a indovinare, che il ministero degli Esteri di Zhongnanhai (la sede del Politburo cinese) reagirà con violenza alla cosa, minacciando ritorsioni di varia natura. E questo Washington non lo vuole. Dunque, cosa è cambiato? Nelle ultime due settimane abbiamo registrato il caso Google, la vendita di armi a Taipei e oggi l'apertura al Dalai Lama.
L'ipotesi che mi sembra più potabile è che l'economia, una volta ancora, abbia vinto: Hu Jintao sa benissimo che il debito estero americano che tiene nelle proprie casse non può essere riscosso. Un Paese in ginocchio non paga i debiti, che diventano carta straccia. Dunque, l'asso nella manica cinese si è rivelato un semi-bluff: la Cina ha bisogno degli Usa e viceversa.
C'è poi un'altra storia, che riguarda Microsoft e Huawei, su cui debbo indagare meglio. Ma anche qui parliamo di stock option e partecipazioni, non di diritti.
Ma alla fin della fiera, che importa? Non conta che il gatto sia nero o bianco, basta che prenda il topo. E questo lo diceva Deng Xiaoping, non Mandela.
Per oggi celebriamo la vittoria con Dharamsala e il Tibet intero, domani ci avveleneremo con la realpolitik.
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