Piccola premessa: questo post non riguarda la Cina. Trattasi invece di una lettera aperta, che i dissidenti iraniani hanno chiesto di far girare il più possibile. E laggiù, ragazzi, non scherzano mica. Quindi la si ospita con estremo piacere, anche se è lunghetta. La traduzione è opera mia, ma in inglese e in farsi la si trova sul web.
Questa lettera rappresenta una richiesta, da presentare ai diplomatici iraniani sparsi per il mondo, e una forte protesta contro le enormi violazioni ai diritti umani che avvengono nel Paese. Il governo di Teheran, che detiene il secondo posto nella triste classifica mondiale delle esecuzioni, ha deciso di comminare la pena di morte anche per crimini non capitali. La Campagna internazionale per i diritti dell’uomo ritiene che oramai l’accusa di essere un mohareb, un “nemico di Dio”, venga usata soltanto per intimidire dissidenti, manifestanti e oppositori. Nel momento in cui il Paese si prepara a celebrare il 31esimo anniversario della Rivoluzione islamica contro lo Scià, che cade l’11 febbraio, questa protesta internazionale diviene ancora più urgente. Infatti, una preoccupazione molto diffusa ritiene che avverranno nuove esecuzioni nei prossimi giorni: un monito alla popolazione, che non deve manifestarsi, riunirsi o tanto meno esprimere il proprio desiderio di diritti umani e civili.
A partire dalla contestata rielezione di Mahmoud Ahmadinejad, avvenuta nel giugno del 2009, i dissidenti sono stati condannati a morte senza poter accedere a un giusto processo e senza il sostegno di avvocati imparziali. Se si guarda ai fatti, queste esecuzioni sono semplicemente omicidi. Il sistema giudiziario iraniano fa quello che vuole delle regole; cambia le leggi e adatta le accuse di conseguenza. Queste accuse, persino quelle ufficiali, violano i diritti umani di base e la Dichiarazione universale dei diritti umani, di cui l’Iran è uno dei firmatari. Per essere specifici, questo modo di fare viola gli articoli 10, 18, 19 e 20. Ora la paura è che possano tornare le esecuzioni di massa.
Per molti, dentro e fuori l’Iran, è ancora fresco il ricordo delle esecuzioni di massa avvenute alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso. Migliaia di persone, all’epoca, vennero uccise con accuse fabbricate su misura; alcune di queste vennero persino tenute in prigione per un lungo periodo, per poi essere impiccate lo stesso. Ora il pericolo è che la storia si ripeta. La differenza, questa volta, è che il mondo sta guardando. Ed è imperativo che il governo del suo Paese registri in maniera ufficiale il proprio disappunto per quanto avviene.
Il 28 gennaio scorso due oppositori (Arash Rahmani Pour e Mohammad Ali Zamani) sono stati uccisi sulla forca. Il giorno dopo, l’ayatollah Ahmad Jannati – religioso che ha sposato la linea dura del governo e membro del Consiglio dei guardiani – ha approvato con gioia quanto avvenuto. Data la sua posizione di preminenza nella fazione dei “falchi” dell’esecutivo, le sue dichiarazioni rappresentano una “luce verde” per le prossime esecuzioni politiche. Il religioso ha sottolineato in maniera esplicita che «se le esecuzioni di massa fossero state ordinate subito dopo i primi scontri, questi non si sarebbero prolungati nel tempo». Addirittura, nel corso della preghiera del venerdì, Jannati si è rivolto direttamente al capo del sistema giudiziario dicendogli: «Per l’amor di Dio, dopo queste prime due esecuzioni continua sulla stessa strada. Dimostra di essere un vero, coraggioso uomo».
Per questo noi chiediamo al vostro governo di agire con forza sui rappresentanti del governo iraniano sul vostro territorio: presentate una forte protesta contro le azioni intraprese dal sistema giudiziario e dal governo della Repubblica islamica d’Iran. Chiediamo tutti insieme al governo iraniano di rispettare i diritti di libertà di assemblea, espressione e stampa della propria popolazione: sono diritti riconosciuti a livello internazionale. Rendiamo chiaro a Teheran che vogliamo un’immediata interruzioni delle esecuzioni dei manifestanti, che sono in corso, e il rilascio dei prigionieri politici.
Infatti, questo va sottolineato, il numero di prigionieri politici e dissidenti che vengono arrestati e condannati a morte aumenta ogni giorno. Nel corso degli ultimi mesi, sono stati uccisi quattro prigionieri politici: Ehsan Fattahian, Fasih Yasmian, Arash Rahmani Pour e Mohammad Ali Zamani. Altri nove sono stati condannati a morte: la loro sentenza è stata confermata, ma i loro nomi non sono stati resi pubblici. Quattro membri dell’Ufficio iraniano per l’unità e sette membri della Commissione per i diritti umani sono sotto processo con l’accusa di essere “nemici di Dio”; come loro, un numero imprecisato di detenuti ordinari. Questa accusa viene punita con la morte. A nessuno di questi detenuti è stato permesso di incontrare i propri avvocati: sono sottoposti a pressioni continue per cercare di ottenere false confessioni.
Non bisogna poi dimenticare che, insieme ai manifestanti politici dell’Onda, le carceri sono piene anche di dissidenti curdi. Almeno venti rischiano la morte, e i loro nomi sono: Shirin Alam Holi, Zeinab Jalilian, Farzad Kamangar, Habibollah Latifi, Shirkoo Moarefi, Farhad Vakili, Ali Heidarian, Hussein Khazri, Rostam Arkia, Mostafa Salimi, Anvar Rostami, Rashid Akhkandi, Mohammad Amin Agooshi, Ahmad Pooladkhani, Seyed Sami Husseini, Seyed Jamal Mohammadi, Hasan Talei, Iraj Mohammadi, Mohammad Amin Abollahi e Ghader Mohammadzadeh.
Per favore, presentate questa lettera ai vostri governi. E chiedete ai vostri colleghi di fare altrettanto.
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)

Nessun commento:
Posta un commento